Domenica delle Palme 2020 - p.Silvano


Carissimi,
mentre le mie dita si muovono sulla tastiera del computer per far diventare parole i pensieri che si muovono nella mente, una parte del pensiero si trova in fondo al viale, là dove tutti gli anni ci diamo appuntamento per iniziare la Settimana Santa con la processione della Domenica delle Palme. Quest'anno non ci incontreremo, non proveremo la gioia di accoglierci gli uni gli altri e di salutarci mentre la brezza di primavera accarezza i fiori del campo e i nostri volti. Quando potevamo stare vicini non sapevamo quanto forte sia la vicinanza del cuore. Ora che ci manchiamo, sentiamo di essere molto più prossimi di quanto potevamo immaginare. E tutto questo per il semplice fatto che nel Giorno del Signore ci si trovava a condividere il Pane e la Parola nella Santa Mensa, l'Eucaristia. È proprio vero che l'Eucaristia ci fa Chiesa nella profondità del nostro essere insieme, in comunione reciproca.
Prima di partire in processione verso l'aula liturgica ascoltavamo il racconto dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. 
Quest'anno il brano è preso dal vangelo di Matteo.

Mt 21, 1-11
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
 «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

A partire da questo momento, il vangelo di Matteo dedica un terzo del suo intero racconto ai giorni di Gesù a Gerusalemme. Non entrerà subito nella passione. Prima ci saranno parole e fatti che rimarcano una tensione crescente di Gesù nei confronti dei leader e, in seguito, concentrerà il suo annuncio intorno alle realtà ultime, vale a dire intorno al senso e al valore ultimo della storia come ad esempio il discorso del cosiddetto “giudizio universale” nel quale si percepisce che il senso e il valore ultimo è fare esperienza del Signore nell'umano fragile e precario: “lo avrete fatto a me”.
Il nostro testo non vuole essere un racconto di cronaca. È piuttosto un intarsio di testi profetici veterotestamentari per introdurre al senso teologico ed esistenziale di ciò che accadrà a Gesù nel corso della passione. 
L'ubicazione – sul monte degli ulivi a Bètfage – di fronte alla città santa, le parole e i gesti richiamano qualcosa di solenne, quasi una processione liturgica. Detto con parole tecniche,  in tutto si percepisce un clima messianico, tanto a dire: l'irruzione di un forte cambiamento atteso o inatteso, legato all'opera di un personaggio o di una comunità o alla situazione. In ogni caso si tratta di una novità liberatoria non dovuta a congiunture particolari ma a una Parola di promessa che Dio ha continuato a fare e portare avanti nel cammino della storia del popolo. 
Per Gesù è il momento in cui tutte le sue prese di posizione, la sua predicazione e le sue scelte precedenti si condensano, giungono a delle conseguenze effettive. Il momento è dunque solenne anche per lui, soprattutto dentro di lui. Egli ora ha piena coscienza di sé come personalità messianica. 
Potremmo dire che quanto avviene  nei suoi , nella gente attorno a lui attraverso questa cerimonia processionale,i gesti e le citazioni profetiche fa da cornice alla sua coscienza messianica, alla consapevolezza cioè di essere all'origine di una tensione di cambiamento.
  Quella camminata dal monte degli ulivi alla Città Santa è una specie flash mob religioso ricordato anche nel salmo 118, 27 durante la Festa delle Capanne che evocava il cammino di liberazione nell'esodo:
“...formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare
          La citazione 
«Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”»
          unisce in uno due testi profetici: 
- Is 62, 11  parla il linguaggio liberatorio del ritorno dall'esilio
- e Zc 9,9-14  parla di un Messia-Re-Liberatore caratterizzato però dall'umiltà e dalla mitezza; insomma, più dalla forza interiore dell'amore per l'umano che non dalla forza del potere. 
E tuttavia, il linguaggio dei segni è tipico di un'intronizzazione regale. Quando il profeta Eliseo unge Ieu come re su Israele viene detto in 2Re 9, 13:
Allora si affrettarono e presero ciascuno il proprio mantello e lo stesero sui gradini sotto di lui, suonarono il corno e gridarono: Ieu è re
In altri termini, il ruolo del re consiste nel gestire la vita, in tutte le sue espressioni e relazioni, attraverso il potere. 
        Ma questo nuovo Re – Messia è paradossale perché  svuota il potere del ruolo regale, che per lui è sempre violento e oppressivo, e lo sostituisce con la forza del non potere.
L'alternativa, che nel caso di Gesù si è presentata come una tentazione costante, è molto chiara: o porti avanti le cose dominando sugli altri oppure scegli di stare con gli altri e per gli altri. 
Allora si comprende che l'ingresso in Gerusalemme in groppa a un'asina, può diventare una sferzante ironia nei confronti del potere imperiale (e di ogni potere) fondato sulla capacità di sottomettere gli altri. Il rappresentante del potere imperiale infatti, quale nuovo dominatore, entra nella città conquistata e sottomessa in sella ad un elegante destriero bianco.
La finale di questo brano
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione...
è speculare e parallela alla reazione registrata dopo l'annuncio dei Magi in Mt 2,3: 
All'udire questo, il re Erode fu turbato e con lui, tutta Gerusalemme”.
        Il “non potere” di Gesù, la forza della mitezza, mette in crisi quel potere che appare sì forte, ma  per stare in piedi, deve organizzarsi in sistema di violenza e oppressione. Naturalmente, questo stile “messianico” che Gesù porta con sé in groppa ad un/a asino/a non giudica solamente i poteri costituiti nelle forme politiche, statuali o istituzionali. È un sistema di peccato che possiamo sperimentare anche nel nostro personale modo di essere e di vivere le relazioni a qualsiasi livello.
L'attacco al sistema è così iniziato. Qui sta la radice del conflitto che lo porterà a morire, ma la sua morte non è un incidente di percorso, è il frutto della  dedizione e fedeltà alla sua vocazione di Re Messia non violento. 
Gesù non ha scelto liberamente di morire, ha scelto liberamente la via dell'amore  e ha rifiutato la via ingiusta del dominio, pur  nella consapevolezza che ciò l'avrebbe condotto a subire la morte. Nemmeno il Padre ha voluto la morte di Gesù, ha voluto per lui e per tutti quelli che vivono in lui, la via della giustizia che è quella di interrompere, con l'amore, la misericordia, il perdono e il bene, il circuito del male che generativo di male, di morte e di violenza in modo esponenziale. Da questo punto di vista, e a mio parere solo da questo, possiamo parlare di morte salvifica. 
Alla sua luce possiamo interpretare altre vicende di morti come salvifiche. Penso, ad esempio, a Mons. Romero. Mentre sto scrivendo questi pensieri, siamo sul finire del 4 aprile, nello stesso giorno del 1968, a Memphis veniva assassinato Martin Luther King; anche lui discepolo di Gesù, ministro di una Chiesa Riformata, apostolo e dedicato alla causa dei diritti umani e della non violenza(= Amore), quindi anche lui dentro una passione, anche lui seguito dalle folle in grandi manifestazioni, abbandonato, assassinato. Consapevole del rischio di morire, ha scelto la fedeltà alla sua strada. Non ha scelto la morte, ma la sua morte può essere considerata in un certo senso morte salvifica. 
Da questa prospettiva possiamo entrare nel racconto della passione.
Nei prossimi giorni cercherò di comunicarvi qualche pensiero su quel racconto.
Vi auguro ogni bene. Un caro saluto fraterno 
p. Silvano

27 marzo 2020 | Il testo integrale dell'omelia del Papa in tempo di epidemia


Riportiamo le parole pronunciate da Papa Francesco durante il momento di preghiera straordinario sul sagrato di Piazza San Pietro




(video) https://youtu.be/1kKQjpziyr8
10:00 Omelia | 57:00 Benedizione

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre      piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

27 marzo 2020, 19:42
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html

Domenica della V settimana di Quaresima | Lectio di p. Silvano Nicoletto




Ez.37, 12-14
Rm. 8, 8-11
Gv. 11, 1-45





        Dicevano i filosofi stoici, il cui ideale di vita consisteva nel raggiungere l’imperturbabilità oltre le paure e le emozioni, che si può vivere tranquillamente senza temere la morte perché “quando tu ci sei, la morte non c’è e, quando c’è la morte, tu non ci sei”. È un pensiero che non fa una grinza. 
In realtà, se fosse così semplice!… Sta di fatto che essa, la morte, è ben di più della non presenza di vita. E d’altra parte, la vita è ben di più dell’insieme di processi biomolecolari delle cellule. 
Se penso che sulla realtà del morire si fondano, per esempio, gran parte delle strategie politiche ed economiche: dal terrorismo  alla guerra, dagli apparati militari all’industria bellica, dallo sfruttamento della terra alla drammatica realtà della fame, dallo sfruttamento dei minori alla schiavitù della prostituzione, … morte è anche quando l’interesse o ragion di stato vengono anteposti al bene delle persone, soprattutto dei più deboli. Morte è anche quando nella vita di coppia l’amore viene sostituito dal veleno amaro del tradimento o del rifiuto. Morte è anche ridurre a mercato le attività umane e i diritti della gente (non per formalizzarci sulle parole, ma fa certo impressione sentir parlare di “mercato del lavoro”, oppure di “azienda sanitaria” o “azienda scuola”…). Morte è anche dissoluzione delle relazioni, degli affetti, della fiducia nel prossimo, del rispetto per il vivente, della solidarietà, dell'amicizia ecc. Quando cominciamo a considerare questi aspetti, comprendiamo che il morire rappresenta la drammatica possibilità che la realizzazione del bene, dell’amore, dell’intelligenza, della dignità e della giustizia… venga come inghiottita nella voragine del Nulla. E tu vedi che l’umanità che è in te stesso, in chi ti vive accanto e in tutti gli altri non si eleva mai, anzi, sembra cadere sempre più in basso.
Questo è il morire che emana fetore; che mette paura e senso di impotenza. Allora, la questione è quale vita ci dona il Signore comunicandoci il suo Spirito. Questa è la difficoltà presente in tutti i soggetti di questo racconto evangelico: il non comprendere la qualità della vita che ci comunica il Signore. Le reazioni sono le più diverse. 

  • I discepoli prendono a pretesto tutte le situazioni per non andare verso Gerusalemme per non rischiare:“se dorme si sveglierà”… perché rischiare? 
  • Marta cerca di affrontare anche lei il problema ma con risposte che sanno di catechismo, imparate da altri: “so che risusciterà nell’ultimo giorno” intanto rimane sotteso il rimprovero verso Gesù perché non c’era proprio nel momento in cui serviva la sua presenza.
  • Maria rimane nel pianto e non sa andare oltre le espressioni di cordoglio manifestategli anche dai giudei.

        Insomma, qui l’esperienza della morte come minaccia della vita è colta in tutta la sua drammaticità. 
        Gesù entra in queste situazioni chiuse, senza speranza, cariche di aspetti impossibili. La pietra che chiude il sepolcro è l’espressione plastica di questa impossibilità. Egli vi entra piangendo, ossia condividendo la drammaticità del nostro soffrire e morire, e della nostra sfiducia radicale. Ma egli vi entra ponendosi dentro l’orizzonte di Dio. E quando ci si pone dentro questa prospettiva di fiducia si comincia a vedere che le situazioni non sono poi così bloccate come pensavamo. Voglio dire che, di fronte alle situazioni di morte che sembrano essere vincenti, è invece possibile percorrere cammini diversi, alternativi. 
Il grido di Gesù “Lazzaro vieni fuori” risuona oggi nella nostra vita tutte le volte che ci troviamo in situazioni in cui la morte si affaccia minacciosa e che, prima di annientarci, ci fa morire nella speranza per la forza della paura. Questa morte in realtà è forte delle nostre paure, della nostra sfiducia nel credere che siano possibili percorsi altri.
Concludiamo questa riflessione con l’icona di Lazzaro. Egli esce dal sepolcro con i segni della morte (è ancora avvolto in bende) eppure ora è vivo e viene e la comunità è invitata a scioglierlo per lasciarlo andare nella libertà. Questa attività di sciogliere Lazzaro dalle bende è l’invito che il Signore rivolge ai discepoli e alle discepole di sciogliere le paure.
Qual è il motivo che ci fa credere che sia possibile percorrere cammini che non temono le potenze mortifere? Il motivo è semplice: Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Gesù vuole molto bene alla comunità dei discepoli e delle discepole. Gesù ci vuole molto bene. Gesù vuole molto bene all'umanità Dobbiamo imparare a valutare i nostri problemi e le nostre difficoltà di fronte alla vita proprio a partire da questa certezza: Gesù ci sta volendo molto bene.  

p. Silvano Nicoletto

Benvenuto, Benvenuta

La casa che ci ospita è un antico priorato costruito nel 1500, dove i monaci Olivetani realizzavano il loro sogno di vivere di preghiera e di lavoro.
Oggi noi Stimmatini intendiamo offrire in esso un luogo di accoglienza a singoli e gruppi che intendono trascorrere uno o più giorni nella ricerca serena del senso della propria vita, di un contatto con Dio, di un approfondimento della Parola di Dio in un clima di silenzio e di dialogo fraterno. I grandi temi etici e culturali di oggi trovano così una possibilità di ascolto e di risposta.
Dal mese di luglio 2009 l'Associazione Monastero del Bene Comune collabora alle iniziative proposte. 

www.monasterodelbenecomune.org

A Sezano trovi

Il Monastero del Bene Comune a Sezano - Verona

La realtà del Monastero del Bene Comune (MBC) di oggi è anche il risultato della partecipazione di molte persone.
Non c'è dubbio che un'importanza del tutto particolare sia da attribuirsi alla struttura, la quale custodisce una presenza secolare di vita monastica. Oggi vi abita una comunità religiosa di Stimmatini, i quali, benché non siano monaci nel senso stretto del termine, sono felicemente condizionati dalla struttura dell'immobile che, nel corso dei secoli, ha mantenuto la caratteristica di luogo di incontro.
Il priorato di Sezano è sempre stato un “bene della gente” perché lì, nei secoli passati, si organizzava la vita agricola, economica, sociale, culturale ed ecclesiale. Invece, il monastero come luogo separato dal resto del mondo, magari inteso come clausura, secondo la visione di San Benedetto non sta né in cielo né in terra. Lui infatti voleva, si la stabilità in un luogo (stabilitas loci), ma come radicamento, non la separazione dal territorio!

Svegliarsi per Sognare

Nel piccolo frammento della nostra esperienza coltiviamo e operiamo per il sogno di una comunità credente che sia sempre più riconoscibile come
casa del pane, perché conserva sempre un pezzo di pane e non nega a nessuno il Pane della Vita
chiesa della strada, perché ama rimanere in compagnia degli ultimi della fila
ministra della consolazione, perché ascolta, com-patisce e non giudica
pellegrina della verità, perché preferisce porre domande che fornire risposte
casa della mitezza, perché cerca di testimoniare  la verità con la vita, senza imporla con la forza o con le leggi
rifugio degli umili, perché si trova a suo agio con i perdenti piuttosto che con i vincitori
casa del fuoco, perché capace di alimentare la debole fiamma della speranza
tenda della tenerezza, perché non ama vivere sotto i riflettori. Ama  la tenda e diserta il palazzo. Preferisce i percorsi polverosi della terra alle piazze osannanti delle metropoli
con-vocazione del popolo di Dio, perché così evangelicamente piccola da trovare sempre un posto per l'ultimo arrivato.
No, la comunità e gli amici della famiglia di Sezano assieme a tutte le persone che giungono in questo luogo, non s’identificano con una realtà socialmente e culturalmente rilevante. Non siamo un “Centro Culturale”. Siamo una piccola luce, una debole fiammella di stoppino posta in un angolo della geografia di Dio. Tuttavia, in tempi come i nostri, quando il buio persiste e l’aurora tarda a venire, i cuori possono trovare orientamento anche nella debole luce di una fiammella.